E che cazzo!, le parole del sesso

Parliamo di sesso, anzi delle parole del sesso, cominciando col dire che i termini d’àmbito sessuale presentano da subito un problema linguistico: il valore dispregiativo generalmente attribuito loro, e il proliferare di derivati che nell’uso e nella percezione comuni tendono a dissiparne il legame col loro significato originario.
Prova ne sia il più che abusato cazzo, termine nella percezione comune dispregiativo, usato per indicare l’attributo maschile, diventato «un intercalare irreale, una interiezione come “poffare!” e “diamine!”, uno sfiatatoio come “cioè”».
«Tanto per cominciare, il mio cazzo si meriterebbe un nome più decoroso. Non è giusto chiamarlo cazzo. Il mio cazzo non fa cazzate; non è un cazzaro; non cazzeggia», scrive Tiziano Scarpa nel “Corpo” (2004).
La sua etimologia è controversa: chi afferma derivi da una voce greca che significava‘albero maestro della nave’, con evidente analogia nella forma; o chi fa derivare il nome dal maschile di oca, da cui ocazzo, come è ancora in uso in diversi dialetti italiani. Il ricorso a immagini figurate è comunque tipico del gergo, e permette a un gruppo ristretto di individui di creare complicità e un’intesa esclusiva, come nel linguaggio giovanile. Nel caso delle parole del sesso, poi, agisce una molla ulteriore al bisogno di intimità, come ha spiegato Galli de’ Paratesi nel suo libro “Le brutte parole Semantica dell’eufemismo” (1969): «Il legame tra l’oggetto che una parola designa e la parola stessa è psicologicamente tanto forte da far sì che la carica emotiva che noi associamo all’uno si rifranga anche, con pari intensità, sull’altra. Nelle civiltà primitive tale identificazione tra parola e oggetto […] veniva vissuta come qualcosa di magico. Nelle lingue moderne […] Certe parole evocano in noi, oltre ad un concetto, anche la rappresentazione particolare che noi ne abbiamo ed il modo in cui lo viviamo: piacevole o spiacevole, temibile o no». Tutto ciò ha portato nel corso del tempo alla ricerca dell’allusione, attraverso l’uso di eufemismi e circonlocuzioni, costantemente orientate a rimuovere tutto ciò che viene avvertito come “osceno”, con conseguenze linguistiche non solo nel lessico.
Il risultato è una dicotomia tra il linguaggio scientifico, fin troppo specifico e distante dal vissuto quotidiano, e i vocaboli gergali, quelli definiti “le brutte parole”, tabù difficile da superare.
Basti pensare a come nel linguaggio comune dal pero viene la pera, dal melo la mela, dall’arancio l’arancia e dal fico il fico: tranne che nel nostro dialetto, dove il frutto del fico è la fica. Scherzi della linguistica, forse eredità del latino volgare, quando, magari, il puritanesimo imposto dalla morale cattolica era ancora lungi dal produrre artificiosi pudori. Del resto le varianti gergali in ambito locale hanno origini antichissime e proprio in questo contesto quel legame magico tra parola e oggetto di cui parlava Galli de’ Paratesi a proposito dei popoli antichi sopravvive, secondo Luigi Meneghello, proprio nella parola dialettale che è «sempre incavicchiata alla realtà, per la ragione che è la cosa stessa, appercepita prima che imparassimo a ragionare, e non più sfumata in seguito dato che ci hanno insegnato a ragionare in un’altra lingua».
Fonte: Treccani.it

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