Il Carnevale di Frosinone. Origini, storia e tradizioni

Dal professor Ernesto Mastropietro riceviamo e volentieri pubblichiamo:

Il Carnevale è una festa tutta particolare, legata e al mondo pagano e al mondo cristiano. Tutti ricordiamo, infatti, che esso discende direttamente dagli antichi saturnali, festeggiati con tanta euforia in tutto il mondo etrusco-romano, e dalle antestèrie greche in onore del dio Diòniso e dei morti.

Secondo gli antichi scrittori latini i Saturnali, feste religiose dedicate al vecchio dio Saturno, si celebravano fin dall’antichità nel Lazio, l’antica terra di Saturno, “Satùrnia tellus”,( Lazio, da “latus”, largo, esteso, vuol dire anche nascondiglio sicuro per il numero elevato di boschi); a Roma già in età repubblicana con carattere popolare, ma ebbero grande importanza nell’età imperiale; coincidevano con la fine dell’anno vecchio e l’inizio dell’anno nuovo, il solstizio d’inverno e la fine dell’anno solare, e ricorrevano in un periodo compreso tra il 17 e il 23 dicembre, ma i festeggiamenti si aprivano ufficialmente il 17 dicembre, vigila del solstizio d’inverno, quando l’astro solare pare morire nel suo cerchio più basso, per rinascere forte in un nuovo ciclo.

Nel Medioevo vi era una sentenza divenuta proverbiale, ma già usata, con leggere varianti, da Seneca e dallo stesso Sant’Agostino: “Semel in anno licet insanire”, “una volta all’anno è lecito impazzire”. In occasione dei Saturnali tutti si scambiavano doni, le strenne, e saluti augurali. Si allestiva anche un grosso banchetto pubblico, “convivium publicum”, alla fine del quale tutti si scambiava il saluto augurale “ǐō Saturnàlia!”, “evviva i Saturnali!”.

Le baccanti elevavano il grido “evoè! “evviva!”. Grido che richiama il grido di guerra degli antichi eserciti: “Hey-Ah! (Eiàh-Eiàh!)”. Alessandro Magno, imitando Achille, spronava il suo Bucefalo in battaglia al grido “Ehia alalà!” Il grido “ ǐō !” – “ evviva!”, forse, corrisponde all’attuale grido sardo “ahǐō! evviva!”. Da “Eiàh!” deriverebbe “Ahi!” evviva!”. Il grido o l’esclamazione “Ahi! vuol dire “evviva!”, ma anche “guarire”dalle ferite del passato, dalle sconfitte, dalla paura. “Ahi Hitler! Evviva Hitler!” non era solo salutare il dittatore, ma era anche grido apotropaico, per allontanare il passato con le sue paure e sconfitte e augurare vittorie. Il grido degli opliti greci “alalà!” e “Ehia alalà!” sarà ripreso da Carducci, Pascoli e D’annunzio; quest’ultimo lo adottò dopo la “beffa di Bulcari”(in croato Bakar) del 10-11 febbraio 1918, e dopo l’affondamento della corazzata austro-ungarica “Wien” e il danneggiamento della “Budapest”, con la decima flottiglia di incursori MAS (MAS significa Memento Audere Semper). Il Fascismo fece propria il grido, sostituendo “hurrà!” con “ Eiah, Ehiah, alalà!”. “Alalà” deriva dal greco “ ’αλαλάζω” ,“alalàzo”, “io gioisco, io esulto, io grido evviva!”.

Nel mondo romano il clima dei saturnali era veramente, ovunque, scherzoso ed euforico; tutti potevano permettersi delle libertà, perfino gli schiavi, che si facevano servire dai loro padroni. Si ha una vera rivoluzione sociale dai risvolti di rinnovata legge del contrappasso, come scrive ne “Il mondo alla rovescia” Giuseppe Cocchiara, studioso, come Giuseppe Pitrè, delle tradizioni siciliane: le capre si scagliano contro i leoni, i gatti fuggono davanti ai topi e “anco il villan fa zappare il suo padrone”. Secondo i poeti latini, i festeggiamenti dei Saturnali tendevano ad abolire le distanze sociali e a ricordare l’età dell’oro, della fratellanza; purtroppo finirono per assumere licenziosità di ogni genere. L’imperatore stesso partecipava alle feste saturnali, con in testa un berretto frigio di feltro e a cono, usato poi dai rivoluzionari francesi, il “pilleum”,(I) che noi ritroviamo di cartone nelle nostre feste mascherate tra coriandoli e stelle filanti; tutti indossavano il “pilleum” come a ripararsi dagli spiriti maligni disturbatori della spensieratezza sfrenata.

A Frosinone, nel passato, solo il cappello frigio era ammesso durante la sfilata del Carnevale con il generale francese Championnet, ridicolizzato con un continuo scomposto salterello e canti attorno al carro.

Marziale negli Epigrammi ricorda anche lo scambio di doni, specialmente di candele di cera e piccole immagini o bambole di terracotta dette “sigillaria” e l’invio di noci agli amici; le noci e le ghiande erano sacre a Giove virile. Agli amici si inviavano cibi e vini. All’occasione si mangiava pane a forma di genitali maschili e femminili, per augurare abbondanza, prosperità e fertilità nelle famiglie e nei campi. In occasione dei saturnali, ricorda Seneca, veniva eletto, anche il re della festa,“Prìnceps Saturnalìcius”. Le usanze dei Saturnali, dei Lupercali, in onore del dio Luperco, protettore di greggi e di tutto il bestiame. Luperco, originariamente identificato con il lupo sacro a Marte, deriva da “lupus” lupo, e “hìrcus” capro, caprone, metà lupo e meta caprone, era anche arcaico nume della fecondità femminile, sostituito nel 497 da San Valentino, per volere di papa Gelasio.

I Lupercali erano feste di purificazione e propiziazione di fecondità della terra, dell’uomo e degli animali in prossimità della primavera. Il dio Luperco era chiamato anche Fauno, protettore dei raccolti, degli armenti dai lupi e per le sue facoltà di oracolo. I Lupercali si celebravano dal 13 al 15 febbraio, giorni nefasti. La festa di Fauno, dio dei boschi, dei prati, dei pastori e dei loro greggi, identificato con il dio greco Pan, “il tutto”, è spesso menzionato come Inuus e Fatuus quando emetteva oracoli. Il femminile di Faunus e Fatuus era Fauna e Fatua. Era molto festeggiato con processioni e danze dalle comunità rurali; la festa cadeva il 5 dicembre. Anche le feste dionisiache greche, dette Antestèrie, in onore dei morti e del dio Dioniso, Bacco, feste dei fiori, erano ispirate al mistero della vita e della morte, alla fecondità della terra, dell’uomo e degli animali, ai cicli della vita.

Nell’antichità i lupercàlia erano anche riti di propiziazione e di ringraziamento, ma soprattutto riti di purificazione, celebrati alla fine dell’anno. Bacco per i Latini era il dio del vino, della vegetazione e della fertilità. Le antestèrie le ritroviamo anche nel nostro Carnevale, che in alcuni luoghi si celebra appunto negli ultimi giorni dell’anno e, in parte, nelle usanze proprie del Natale e Capodanno. A Carnevale si usa percuotere le persone con bastoni o altro, così come facevano gli antichi sacerdoti lupèrci, che, correndo e con in testa corone di alloro o di altra verzura, percuotevano i fedeli con grosse strisce di pelli di ovini, per allontanare gli spiriti cattivi; le donne in particolare volevano essere percosse o toccate dalle corregge dei luperci, poiché si riteneva che esse potessero così rimanere incinte, in quanto Luperco era protettore delle fecondità. Le donne erano delle vere invasate, senza bere vino, bevanda proibita, si abbandonavano a vere manifestazioni molto spinte e volgari. Le percosse, con le corregge o con bastoni simboleggiavano l’amplesso carnale virtuale con il capro, cioè con Luperco rappresentato dal capro, animale dotato di fertilità e forza. Il sacerdote lupercio, quasi nudo, che percuote i fedeli è la personificazione del capro, che cerca di fecondare le femmine.

Nell’antica Roma nel celebrare i riti della fertilità dei campi e dell’iniziazione dei giovani alla vita sociale e sessuale, si ricorreva alle strisce di pelle di capra con le quali, a mo’ di frusta, gli iniziati percuotevano le donne. Del resto i Lupercali erano la festa sfrenata degli istinti ed eccessi di libertà. I bastoni, attualmente usati, che hanno sostituito le antiche corregge di cuoio, il fallo, sono leggeri e di plastica. Durante i Lupercali, forse introdotti a Roma da Evandro, in ricordo di un rito arcade, che consisteva in una corsa a piedi e senza abiti degli abitanti del Palatino.
Nel carnevale di Frosinone “la radëca”, radice, che sostituisce le corregge e i bastoni, è il fallo che feconda; “il cavolfiore” è il ventre femminile desideroso di fecondità, per procreare nuova vita.

Nel Carnevale i baccanti frusinati, agitando la “radëca”, l’antico bastone dei lupèrci, strillano “essëgliè!”, da “ èssëglië! ”, “eccolo! eccolo che arriva!” Ieri vero grido di paura, oggi grido di ovazione al Carnevale, rappresentato dal generale Championnet che arriva o ritorna da Anagni per riprendere possesso di Frosinone, da dove i Francesi erano stati scacciati a seguito di rivolta popolare del maggio 1798 e che costò ai transalpini, comandati dal generale G. Stefano Macdonald ben 400 morti. La leggenda vuole che i frusinati, nonostante gli eccidi e le violenze subite nel 1798 vollero l’anno dopo festeggiare ugualmente il Carnevale e onorare “la radëca” (Festa della Radëca); invitarono lo stesso Championnet che fu accolto in zona “Osteria De Matthaeis”, allora chiamata “Osteria del Passo”, con canti, balli, fettuccine e spaghetti detti “fini fini”e tanto vino. Ma la realtà è ben diversa.

Il ricordo recentissimo delle stragi francesi durante l’occupazione del 1789 faceva paura; bastava, infatti, nominare i Francesi che la gente scappava a gambe elevate. Non mancò chi furbescamente approfittò della psicosi francese, per rubare o per commettere vendette personali. Nell’archivio Vescovile Verolano si trova una memoria di Don Sebastiano Bellicampi, a riguardo del ritorno dei Francesi a Frosinone il 5 agosto del 1799. Egli scrive: “5 agosto 1799. Nel gran campo di fiera nella Madonna della Neve all’improvviso si è sparso che giungevano grandi schiere francesi. Subito una confusione incredibile. Fuggi qua, fuggi là: mercanzie, bestiami e moltissima altra roba è rimasta abbandonata sul campo. Scoperta falsa la voce, ciascuno è tornato al suo posto, ma non si è trovato più nulla. La brutta notizia si è divulgata appunto per spargere il panico e fare bottino a spese dei creduloni.”
A questo episodio e ad altri simili si riallaccia il grido pieno di paura “essëgliè !”.

Nel parlare comune si dice ancora “essëgliè !” e “eccugliè! ”, “èccolo!”. I due lemmi,“evoè” e “essëgliè”, si somigliano, infatti, molto, almeno nell’assonanza, come fonemi, ma mentre “evoè” era il grido festoso dei luperci, “essëgliè” è un grido di paura che, con il tempo, diventa grido apotropaico e di liberazione, quasi di vittoria contro un nemico invisibile e dimenticato.

A Frosinone, antichissima città volsca, tutti partecipano comunque al Carnevale o “festa dëlla radëca”, con una danza a circolo, “la ballarella”: un vero pandemonio fantasmagorico tra grida, applausi, canti, banda musicale in testa e sfilata di carri allegorici provenienti da vari paesi ciociari; “ballarella” sollecitata, aizzata e condotta da sempre dai “radicari e dai pantanari”, che partono dal quartiere “Giardino”, cuore del carnevale frusinate, dove si prepara “il carro da camera” addobbato con festoni multicolori, prima di trasferirlo a Piazza del Plebiscito dove la banda musicale lo festeggerà con arie allegre.

Trasferito davanti al Comune, una volta era portato davanti alla Prefettura, per l’arrivo delle Autorità, il Sindaco e gli Assessori, inizia il suo viaggio tra la folla delirante, che agita “ radëchë e cavolfiori ” cantando e inneggiando al Carnevale. Nelle rivolte contro i Francesi ebbero gran risalto i cittadini residenti dentro Frosinone, artigiani, preti e professionisti, detti “radicari”, perché hanno eletto la radëca a loro simbolo di liberazione, ma anche i contadini e gli ortolani presero parte con valore alla liberazione, essi portano il cavolo dalla campagna per quest sono detti comunemente “pantanari”. Sia i radicari sia i pantanari si trovarono uniti contro i Francesi. Mentre il cavolo era già conosciuto al tempo dei Romani, la radëca, cioè l’àgave giunse a noi nella seconda metà del XVI secolo; già con la pace di Cateau-Cambris tra Inghilterra e Francia e tra Francia e Spagna venne in pratica sancito il potere spagnolo in tutta la penisola italiana. E gli Spagnoli fecero conoscere l’agave, ribattezzata radëca. “Il pantano”, di per sé, è il terreno o l’orto dove si coltivano verdure e ortaggi.

Di tanto in tanto, coloro che sono vicino al carro di Championnet, seguito da un altro carro carico di barili di vino, vino che viene generosamente distribuito alla folla festante, elevano il vecchio grido “essëgliè!” mentre continuano a cantare, a ballare con salti, a scherzare con la radëca “chë s’ammóscia i nun s’aradrizzà chiù”.

Il simbolo ricorrente del Carnevale ciociaro frusinate è “la ràdëca”, emblema fallico della fertilità, che ha preso il posto del tradizionale bastone o delle corregge di pelle usati dai Luperci per colpire le persone e in particolare le donne; fu adottata la “radëca” intorno alla prima metà del XVII sec., a seguito della dominazione spagnola.

Altro simbolo è il “cavolfiore”, portato dagli ortolani o “pantanari”, simbolo di fertilità e di abbondanza. Se la radëca è simbolo maschile di fertilità, il cavolfiore ricorda il seno femminile ricco di ovuli da fecondare, ma anche ricco al suo interno del seme maschile. E le donne amano “lë radëcate”, colpi, tocchi, di “radëca”; per gli antichi riti della fertilità; esse amano essere colpite dalla “radëca”, più che dal “cavolfiore”.

Anche gli uomini possono essere colpiti dalla “radëca”, loro non debbono portare in testa berretti duri, come li portavano i Francesi; il forestiero che assiste per la prima volta al Carnevale frusinate, viene spesso “battezzato” con un colpo di “radëca ‘nciocca”, in testa.
In verità la folla romana, in occasione dei Marmuralia, (14-15 marzo), feste in onore degli dei Marte e Quirino che sancivano il passaggio dal vecchio al nuovo anno solare, scacciava un vecchio personaggio, Mamurio Veturio, a colpi di bastone: era scacciare l’anno vecchio e augurare l’arrivo dell’anno nuovo. Il bastone si è trasformato nel tempo in “radëca”.

I festanti oggi, a Frosinone, durante la fantasmagorica parata con carri allegorici, gridano in coro tra musiche e danze: “ess…ess…essëgliè!” e “eccugliè!”: “eccolo che arriva!” e “eccolo che è arrivato!”. Il grido, secondo la tradizione sopra ricordata, fu elevato dai frusinati nei confronti dei Francesi e del generale Championnet, di ritorno a Frosinone da Anagni, dopo la rivolta dei frusinati contro i Francesi nel 1799.

I Francesi, in fuga dal regno di Napoli con il loro generale J. È. Championnet, lasciando dietro di sé una lunga scia di sangue, di orrori e distruzioni, non avrebbero mai potuto fermarsi a banchettare allegramente e fraternamente a Frosinone, che già li aveva scacciati l’anno prima.

“Essëgliè!” diventa o si trasforma in grido convenzionale, che mentre richiama molto l’antico grido “evoè!” dei Luperci, ricorda il fuggi fuggi dei frusinati di fronte alla ferocia dei Francesi in arrivo: “Eccolo che arriva, èssëglië il generale Championnet con i suoi soldatacci inferociti! Scappiamo!”. Una cosa è certa, che i frusinati con il Carnevale cercarono di riprendere vita e di dimenticare gli orrori commessi dai Francesi, e il generale Championnet fu il nuovo capro espiatorio da sacrificare nel fuoco purificatore. E qui ritorna il ricordo e l’orrore delle stragi francesi, al termine dei festeggiamenti carnevaleschi; ritorna anche il sacrificio di un animale offerto dai nostri antichi padri agli dei, per ringraziamento dei raccolti e per chiedere ancora nuovi abbondanti raccolti.

Possiamo affermare che il Carnevale frusinate è un miscuglio di ricordi scaturiti dalle antiche feste saturnali e lupercali, dalle feste pagane di ringraziamento e di propiziazione agli dei, dal ricordo delle atrocità dei Francesi e l’inizio austero della Quaresima Cristiana, con cibi magri e niente carne, “carnem levare”; anzi una volta nella Quaresima erano proibite anche uova, formaggio e latte per quaranta giorni. Oggi nella quaresima non si mangia carne solo il venerdì.
Prima di bruciare il Generale-Carnevale, viene letto da un personaggio importante e storico, il “notaro” del Carnevale, il testamento-satira o le ultime volontà del Generale, alla presenza del popolo, dei politici, dei festaioli e delle persone importanti della città. Il che ricorda, in verità, la lettura dei proclami dei francesi contro il popolo frusinate.

Il carnevale frusinate diventa, dunque, un misto tra il ricordo o il perpetuarsi dei lupercali con il grido “evoè!”, e la gioia di aver scacciato il pericolo francese impersonato dal generale Championnet. E il grido antico “evoè!”, con il tempo e con l’influsso del vernacolo vivo e preponderante, si trasforma e viene assimilato al grido pauroso “essigliè!”. Il generale francese, da allora, è diventato il nuovo simbolo e il nuova capro espiatorio del carnevale di Frosinone, che termina al “Giardino” tra canti, vino e balli; e non devono mancare l’organetto, il cutufù, il saltarello, i carri allegorici e una montagna di “maccaruni all’ova, i fini fini, e fettuccine”. Ecco cosa dice, a proposito del carnevale frusinate, lo studioso scozzese James George Frazer, nella sua opera “Il ramo d’oro”: “Ricchi e poveri mescolati insieme ballavano tutti furiosamente il saltarello. Una usanza speciale della festa era che ognuno dovesse tenere in mano la cosiddetta Radica, ossia una lunga foglia di aloe o meglio di agave. Chiunque si fosse avventurato nella folla senza tal foglia, sarebbe stato spinto fuori a gomitate senza pietà, a meno che non portasse come sostituto un grande cavolo, all’estremità di un lungo bastone o un ciuffo d’erba curiosamente intrecciato; ovunque echeggia l’inno del Carnevale, tra un rumore assordante le foglie di aloe e di cavolo roteano per l’aria e scendono imparzialmente sulla testa del giusto e del peccatore; si impegna così una libera battaglia che aggiunge brio alla festa….”.

Il bastone e l’erba intrecciata che sorreggono il cavolo, organo sessuale femminile, ricordano il fallo, organo sessuale maschile. Comunque stiano le cose, sono convinto e lo ripeto che il grido “essëgliè!”, assimilato il grido “evoè”, sia molto più antico della presenza francese a Frosinone e si riallaccia ai Lupercali romani e greci e al grido “evoè!”, l’antico grido delle baccanti greche e romane in onore di Bacco o Dioniso.

Esiste anche il verbo “evoeggiàre”, che significa “gridare replicatamente (evviva!)”, ma che non è usato. “Ovatio” deriverebbe dal grido dei soldati vincitori: “Oh!Oh!”.
Il grido “evoe” lo ritroviamo anche, ad esempio, nelle tragedie greche, (Sofocle, Euripde, Eschilo), dove le baccanti gridano rivolte a Dioniso “evoè! evviva!”, così nella “Tragedia-Carnevale” di Frosinone si mescolano ricordi e credenze religiose ormai ancestrali e dimenticati o trasformati e fatti storici tragici a cui la città tutta non si è potuto opporre e resistere perché così ha voluto e scritto il “destino”. Importante anche considerare le percosse inflitte con bastoni ai partecipanti ai riti orgiastici e alle feste in onore di Bacco o di Luperco, nei Saturnali, nei Lupercali; bastoni che, a Frosinone si sono trasformati in “radëca”, “àgave”, portata dagli Spagnoli dall’America Centro-Meridionale. Non manca chi percuote gli amici con la “radëca”, per scherzo e per augurare, secondo l’antico rito, felicità e prosperità e allontanare anche il malocchio e spiriti cattivi.

Papa Clemente IX, istituì nel 1667 la “Corsa dei cavalli bàrberi o berberi” senza fantino. I berberi erano cavalli di razza del Nord Africa. Anche nella Frosinone papale si svolgeva “la gara dei barbari”. Spinti dalla folla scatenata e urlante che li pungolava con mazze, punte di ferro e altro, i cavalli correvano sfrenati e impauriti per le vie della città; partivano dalla Casilina Sud, dalla Madonna della Delibera, attuale Viale Napoli, transitavano accanto alla vecchia chiesetta di Borgo Sant’Antonio, risalivano lungo il corso per terminare la corsa presso la chiesetta di Santa Lucia o presso Piazzale Vittorio Veneto.
Non mancavano di certo confusione e disordine durante la corsa, spesso c’erano feriti e morti, tanto che la corsa, a seguito di un giovane morto travolto da un cavallo, fu abolita a Roma, ma anche a Frosinone e in tutto l’ex Stato Pontificio, sotto il re Vittorio Emanuele II nel 1874. Forse l’ultima o una delle ultime corse avvenne nel 1924.

A Frosinone, nella festa del Carnevale, si svolgeva la processione del “Carnevale morto”, quasi a prolungare il martedì grasso della “radëca”. La salma di Carnevale, accompagnata dai cittadini, dalla banda musicale, dai radicari e pantanari, dal Notaio (notaro), dalla Compagnia della Buona Morte e dalle autorità, sfilava lungo le vie della città per arrivare a Santa Elisabetta dove l’aspettava il rogo. Attualmente la processione è inserita nella stessa manifestazione del Carnevale, grazie anche all’artista Gaetano Grandi. Addirittura, ma pochi lo ricordano, in occasione del Carnevale del 1924 fu eletta “la Reginetta del Carnevale”. Dopo il 1924 presero piede i vari veglioni con balli “Veglione della Stampa”, il ”Veglionissimo di Carnevale” con elezione di “Miss Radëca” e “Miss Gazzetta Ciociara”. In parole povere il Carnevale di Frosinone era molto sentito e reputato “serio”. Ci si poteva liberamente mascherare, fino al calar del sole, per questione di ordine pubblico non si poteva portare la maschera la sera.

L’INNO O CANZONE DÌ CARNEVALE FRUSINATE E CIOCIARO

“ Ab uno disce omnes”.(Virgilio)

Carnualë uiecchië i pazzë

s’è ‘mpëgnatë glie matarazzë,

i la moglië pë’ dispéttë

s’è ‘mpignata glie scalaléttë.

Essëgliè, essëgliè, essëgliè!…

I s’è ammosciata la radëca

Nën s’araddrizza chiù! (Rit.)

Carnuàlë è ‘në bon’omë:

tè faccia dë galantomo,

uà girennë pë’ Frusinonë

pë’ magnassë gli maccaruni.

Essëgliè, essëgliè, essëgliè!…

I s’è ammosciata la radëca

Nën s’araddrizza chiù! (Rit.)

Nui semë urtulani

i sapemë bene cultëuà,

piantëremmë la raunella,

viva semprë la radëchella!

Essëgliè, essëgliè, essëgliè!…

I s’è ammosciata la radëca

Nën s’araddrizza chiù! (Rit.)

Immagine di visit Lazio

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