Quando ancora non si chiamava femminicidio, quando non si parlava di patriarcato, in un normalissimo mese di giugno del 1993 la quiete sorniona della Valle dell’Amaseno fu scossa da un omicidio efferato. Una mamma di famiglia fu uccisa da suo marito, forse gelosia, forse rabbia maturata tra le mura domestiche. Vite distrutte nel dolore, spezzate in un attimo da cui non si torna indietro, un gesto che ha tagliato i fili che tenevano insieme un equilibrio già precario di quella che sarebbe dovuta essere una famiglia. In paese per anni non si parlò d’altro, domande senza risposta appese nell’aria, silenzi pesanti e soprattutto figli piccini lasciati senza la loro mamma. La famiglia, luogo che avrebbe dovuto significare protezione e calore, si trasforma in uno dei peggiori incubi dove maturano e si evolvono i crimini più feroci. Il tempo passa ma ricordare queste donne è dovere oggi che ha un nome: femminicidio. Nella giornata contro questo fenomeno è doveroso ricordare queste vittime, almeno narrando la loro storia, negli anni ci sono stati altri episodi di violenza anche se non culminati con l’omicidio sempre inizi anni 90 una donna viene uccisa in pieno centro storico, tutti se ne ricordano, lei del posto invece lui di fuori, pensava fosse amore, chi avrebbe dovuto proteggerla l’ha uccisa. Anche a Villa Santo Stefano un uomo uccise la moglie distruggendo una famiglia tra dolori e risentimenti. Sempre il solito copione in questa lunga scia di sangue. Alle cronache, anche un’aggressione feroce avvenuta sempre a Villa Santo Stefano, una giovane orribilmente ferita da un uomo con un paio di forbici prese dal suo negozio di parrucchiera, viva per miracolo … è inutile aggiungere altro.
