E’ una notizia che colpisce allo stomaco, a prescindere dal fatto che uno sia credente o meno. Quello che sta succedendo in Ciociaria, tra Pofi, Ceccano e i comuni limitrofi, non è “solo” un atto di vandalismo, ma una ferita simbolica profonda. Quando si colpisce un’icona sacra esposta in un luogo pubblico, si sta attaccando un pezzo di storia, di identità e di sensibilità di un’intera comunità. Ecco perché questi gesti risultano così inaccettabili. C’è un limite che non dovrebbe mai essere valicato, quello del rispetto. La libertà di non credere è sacrosanta, ma il disprezzo violento verso ciò che altri amano e venerano è un segno di estrema povertà d’animo. La decapitazione è un atto visivamente brutale, inno alla violenza. Farlo su una statua della Madonna, che nell’iconografia popolare rappresenta la protezione e la maternità, aggiunge un carico di cattiveria gratuita che lascia sgomenti. Da aggiungere il danno alla comunità: Le edicole votive e le statue nelle piazze sono punti di riferimento. Per l’anziano che si ferma per una preghiera o per il cittadino che la vede ogni giorno tornando dal lavoro, quel vuoto lasciato dalla statua rotta diventa un simbolo di insicurezza e degrado sociale. Atti del genere rischiano di innescare un effetto emulazione o, peggio, un clima di tensione e rabbia che avvelena la convivenza civile. Oltre al valore materiale dell’oggetto (che spesso è comunque un bene artistico o storico), è proprio il valore morale a essere stato calpestato. È un attacco alla convivenza civile e alla bellezza che dovrebbe essere patrimonio di tutti. Speriamo che le autorità riescano a individuare i responsabili, non solo per la punizione in sé, ma per dare un segnale forte: la civiltà non può essere ostaggio di chi esprime il proprio disagio (o la propria ignoranza) distruggendo ciò che gli altri considerano sacro. Per i “complottisti” si tratta di un disegno ben preciso per rendere normale la scristianizzazione dell’occidente e il furto dell’oro e delle altre ricchezze nelle chiese.